Menù

Links:

APPELLO PER IL JAZZ

Per firmare la petizione clicca QUI

La cultura come settore strategico

Varie forze politiche hanno dichiarato di voler includere lo sviluppo del settore cultura fra i punti cardine del governo a venire. È una buona notizia per molti motivi: la cultura incide profondamente sulla qualità della vita delle persone, ma è anche un volano di sviluppo economico notevole in un Paese come l’Italia che ha un imponente capitale, finora sottoutilizzato, sia di patrimonio storico che di talento vivente.

Scopo di questo documento è quello di contribuire a una migliore conoscenza e comprensione di un ambito artistico – il jazz e le musiche che gli sono affini – fra i più trascurati dalle istituzioni culturali, nonostante abbia acquisito in questi anni un ampio bacino di pubblico e una ragguardevole reputazione internazionale, che prefigurano un elevato potenziale di moltiplicazione di ricchezza e di lavoro finora incomprensibilmente poco sfruttato.

Inoltre, proprio per la sua natura “anfibia” di musica d’arte nata però da radici popolari, l’analisi del mondo del jazz può contribuire a chiarire un rapporto fra “pubblico” e “privato” che allo stato attuale è piuttosto confuso, essendo il mercato culturale divenuto una grande “zona grigia”, assai generosa di profitti privati e sempre più povera di ricadute pubbliche.

Queste riflessioni provengono dal mondo del jazz, ma sono evidentemente applicabili ai numerosi altri ambiti di musiche d’arte non accademiche che ne condividono le problematiche.

Il secolo del jazz
Raramente i grandi fenomeni culturali sono durati più di un secolo. Basti pensare al teatro elisabettiano, al secolo d’oro della pittura fiamminga, del teatro francese o di quello spagnolo. Il jazz ha ormai perfino superato quell’età veneranda, ed è difficile negare che il XX dell’era cristiana sia stato appunto il “secolo del jazz”. Anche perché, a parte il dato cronologico, nessun’altra espressione ha così tanto influenzato l’universo delle arti circostanti, e se ne è fatta influenzare, in un’impressionante varietà di orientamenti: il cinema, dai cartoons degli anni Venti fino a Woody Allen; la danza, dal fox trot fino a Carolyn Carlson; la pittura, da Mondrian a Basquiat; la letteratura, da Fitzgerald a Cortazar; la musica accademica, da Stravinskij a Penderecki; la sociologia perfino, se pensiamo alle teorie di Alfred Schütz… Un elenco anche molto parziale durerebbe parecchie pagine. Altrettanta varietà si può rintracciare nel suo destinatario sociale: i frequentatori delle chiese e quelli dei bordelli, il pubblico degli scantinati e quello dei teatri d’opera.

Si dice, giustamente, che il jazz sia stato la prima forma d’arte nata in America. Ma non si può dire che il jazz “appartenga” agli americani, come il fado ai portoghesi o la tarantella ai napoletani. È stata infatti la prima forma d’arte statutariamente “cosmopolita”, in cui le varie componenti di immigrati nel Nuovo Mondo traducono in una lingua comune gli influssi di provenienza, ed il primo “luogo di comunicazione” nel quale le varie etnie altrimenti impegnate soprattutto a scannarsi fra loro (polacchi contro italiani, neri contro cinesi, irlandesi contro ispanici, tutti contro tutti) si trovano piuttosto a suonare e creare insieme, che è decisamente preferibile. Multirazziale e multiculturale dalla genesi, il jazz dimostra nella pratica la natura universale della musica. È anche per quest’indole permeabile che, già nei primi decenni di vita, il jazz si è diffuso ad ogni latitudine, pure nelle circostanze più difficili: dall’Unione Sovietica in cui era considerato “arte degenerata” fino al District Six di Città del Capo in cui fu unico antidoto all’apartheid.

Jazz in Italia
Esplicitamente osteggiato fino alla fine del secondo conflitto mondiale, in Italia l’interesse per il jazz ha avuto uno sviluppo più faticoso che in altri Paesi europei: ancora negli anni Settanta i festival dedicati a questa musica, e i musicisti che vivevano professionalmente di essa, si contavano sulle dita di una mano.

Oggi non c’è angolo della penisola in cui non si svolga attività jazzistica, spesso a livelli qualitativi elevatissimi: non solo le metropoli, ma le periferie più remote; non a caso il “jazz di massa” è nato in Umbria, e ci sono luoghi come Berchidda, Clusone o Roccella Jonica assurti a una piccola celebrità planetaria solo per via del jazz.

Quanto ai musicisti, sono ormai migliaia, molti di loro con un elevato profilo internazionale.

Qual è stato l’atteggiamento, economico e culturale, delle strutture pubbliche nei confronti di questa crescita esponenziale? Non c’è dubbio che, forse perché estraneo all’ambito accademico, il jazz ha faticato e fatica a far riconoscere il proprio valore dalle istituzioni.

Regioni ed enti locali sono stati di certo le strutture più generose di finanziamenti per questa musica. Con un interesse, però, troppo spesso motivato soprattutto dai “numeri” di botteghino, dalle ricadute turistiche, da ragioni “altre” rispetto ai valori sociali e culturali del jazz, ormai riconosciuti a livello mondiale anche dall’Unesco, che con l’istituzione della “Giornata del jazz” ha voluto includerlo fra i patrimoni dell’umanità.

Più problematico l’atteggiamento del Ministero per i beni e le attività culturali, che ha ammesso sporadicamente a finanziamento un ristretto numero di iniziative, ma secondo sue regole, modellate sull’ambito “classico”, che sono diverse sia nelle modalità organizzative che in quelle artistiche da quelle prevalenti nel jazz.

In generale accade che il jazz sia comunque “figlio di un dio minore”. Così, se una fondazione lirica decide di inserire un concerto di jazz nel proprio cartellone, avrà diritto a un finanziamento x, mentre se il medesimo concerto sarà organizzato da una struttura specializzata nell’ambito jazzistico il finanziamento sarà parecchio inferiore. Che è un discreto paradosso perché penalizza la competenza specifica.

Analoghe discriminazioni si verificano nei confronti dei musicisti, che del jazz sono il patrimonio culturale vivente, e che, nonostante il grado di scolarizzazione spesso elevato, vivono ben al di sotto dei loro colleghi di altri settori, sia come reddito che come tutela previdenziale.

Se il jazz è una “musica d’arte” i suoi protagonisti – musicisti e organizzatori – devono essere trattati alla stregua degli altri. L’estensione del pubblico del jazz è un progresso culturale di massa verso la comprensione di forme complesse e di un pensiero critico che non può non essere incentivato.

Sarà anche utile rilevare che il pubblico del jazz non coincide, per caratteristiche sociali e distribuzione territoriale, con quello della musica classica: spesso non appartiene ai ceti più abbienti e non è concentrato nei grandi centri urbani, ma è anch’esso contribuente e quindi non si vede perché debba godere di minori diritti.

Uno sguardo all’Europa
Per uscire un po’ dal provincialismo che spesso connota la nostra vita culturale, conviene dare un’occhiata a quanto accade fuori dai nostri confini. Si vedrà che il paragone con la situazione italiana è desolante: il raffronto fra le cifre misura una distanza di civiltà che va colmata.

L’interesse internazionale per la scena jazzistica norvegese negli ultimi anni è molto cresciuto, al pari di quello per la scena italiana. Solo che quest’ultimo, contrariamente al primo, è cresciuto “nonostante” la totale mancanza di sostegno pubblico. Guardiamo qualche dato. In quel Paese di 4 milioni e mezzo di abitanti, il Norsk Jazzforum viene finanziato con 1.475.965 di euro l’anno, mentre i 3 centri jazz regionali percepiscono un totale di 1.103.349 euro. Utile rilevare che le cifre menzionate non comprendono i finanziamenti ai maggiori festival, che avvengono per altri canali. Al jazz va inoltre circa un terzo dei finanziamenti di Rikskonsertene, per ulteriori 5.534.040 euro. Con un tale investimento, e con tutto il rispetto per l’elevatissima qualità dei musicisti norvegesi, non c’è da stupirsi se il mondo s’è accorto dell’esistenza del jazz norvegese…

Altri centri nazionali, la maggior parte dei quali non hanno l’onere di organizzare concerti ma solo fini promozionali, conoscitivi e di sostegno all’attività internazionale: Jazz Danmark, 976.740 euro; Jazz Services Ltd. (il suo ambito è limitato all’Inghilterra e non comprende il resto del Regno Unito), 547.055 euro; Finnish Jazz Federation, 434.658 euro; Swedish Jazz Federation, 790.000 euro; Afijma, 364.783 euro.

L’unica struttura federativa paragonabile in Italia è l’associazione I-Jazz, che percepisce dal Ministero 12.000 euro l’anno. Poco meno di un quinto della Hungarian Jazz Federation, finanziata per 60.589 euro l’anno, in un Paese con una scena jazzistica del tutto sconosciuta fuori dai confini nazionali… Utile ribadire che in ognuno dei Paesi suddetti le sovvenzioni per festival e rassegne sono da aggiungere agli stanziamenti sopra citati.

I dati sono tratti da una ricerca commissionata dall’associazione Europe Jazz Network, che consorzia circa 90 soci in 28 Paesi, fondata in Italia nel 1987 e poi emigrata a Parigi per il disinteresse delle istituzioni italiane.

Ancor più rilevanti dei dati economici sono le loro conseguenze in termini non solo di qualità della vita culturale, ma di occasioni di lavoro sia per i musicisti, sia per tutte quelle professioni che si muovono intorno alla musica. La capacità di moltiplicazione di ogni euro di denaro pubblico investito è impressionante: fra 3 e 7, a seconda dei parametri utilizzati. Soprattutto nel campo dell’attività internazionale, il finanziamento statale è spesso limitato all’apertura degli accessi al mercato, a musicisti che poi sul mercato internazionale si reggeranno da sé, senza ulteriori oneri per il contribuente.

Alcune modeste proposte…
I firmatari di questo documento richiedono che vengano adottati alcuni provvedimenti in grado di favorire una migliore conoscenza di questa musica sul territorio nazionale e all’estero e migliori condizioni per i musicisti, gli organizzatori e le altre figure professionali del settore.

In particolare richiedono:
- Un diverso sistema di finanziamento della musica superando i limiti del Fus, con una maggiore attenzione per le strutture specializzate nel jazz e nelle musiche d’oggi, stemperando il privilegio esistente, nella prassi se non nella legge, verso la musica classica.
- Che nella determinazione dei finanziamenti venga premiato il “rischio culturale”: l’attività dei musicisti giovani o di quelli impegnati nella sperimentazione di nuove forme e nuovi linguaggi; l’attività dei promoter che operano in zone periferiche e disagiate.
- L’adozione di parametri di valutazione che favoriscano il lavoro dei musicisti libero-professionisti, oggi penalizzati rispetto a quelli stabilmente occupati.
- L’istituzione di una orchestra nazionale del jazz, dotata di fondi per la creazione di nuovo repertorio, e per la diffusione di questa musica sul territorio. Ad essa dovrebbe affiancarsi un’orchestra giovanile, selezionata assieme ai conservatori e alle istituzioni non statali riconosciute.
- L’istituzione nel campo del jazz e delle musiche d’oggi di uno speciale fondo per il sostegno dell’attività all’estero, ambito nel quale attualmente i musicisti italiani operano in un regime che potremmo definire di “concorrenza sleale”, stante che l’attività dei loro colleghi di altri Paesi europei è da decenni sostenuta dai rispettivi istituti di cultura. Per contro i pochi fondi attualmente destinati al sostegno dell’attività all’estero sono destinati esclusivamente alla musica classica.
- L’istituzione di un fondo per la cooperazione, volto a favorire le strutture di musicisti associati e le co-produzioni fra strutture organizzative.
- Un costante lavoro sulla formazione e sul decentramento, nella ricerca di nuovo pubblico a partire dalle scuole (dove le occasioni per conoscere la ricchezza dei vari linguaggi musicali sono pressoché inesistenti) e rafforzando le occasioni formative, dalle scuole di musica fino ai centri di alta specializzazione.
- Una più ampia presenza nelle commissioni di valutazione di esperti di musica jazz ed attuale, non limitandola ai soli rappresentanti della musica classica, e l’inclusione di commissari designati “dal basso” (promoter, musicisti, associazioni, produttori).

Val la pena rilevare infine che le nuove generazioni hanno accesso al jazz già nel sistema educativo pubblico, che lo ha da tempo equiparato alle altre musiche. Infatti le cattedre di jazz nei conservatori sono numerose ed affollate; anzi alcuni conservatori si tengono in piedi solo grazie all’alto numero di studenti di quelle classi. In conseguenza di questo processo, il sistema pubblico della concertistica dovrà quindi accogliere nuove e ancor più numerose fasce di musicisti e di spettatori. Sarà bene che si attrezzi a farlo prima possibile, salvo si vogliano produrre musicisti disoccupati e spettatori frustrati.

20 gennaio 2013

Write a comment

You need to login to post comments!

Cerca nel sito

Progetti I-jazz

Ultime novità

Archivio